LA MIA VUT

Non ci è voluto molto per innamorarmi di quel posto favoloso che è la Valmalenco.

Ogni angolo di quella valle regala degli scorci che non hanno nulla da invidiare alle più belle catene montuose d’Europa. Basta navigare qualche minuto in rete per osservare le foto di quei monti per rendersene conto. Anche se ovviamente l’invito è quello di preparare zaino e scarponi e raggiungerli direttamente di persona per rendersene conto.

Questo amore è nato non molto tempo fa, quando per motivi parentali iniziai a recarmi spesso in quei luoghi, ma non solo, perché viaggiando ancor più a ritroso nel tempo, secondo i racconti dei miei genitori, già dopo pochi mesi di vita mi trovai già a respirar l’aria della valle; forse il destino o un insieme di casualità, chi può dirlo?

Non esitai dunque ad approfittare della mia ripetuta presenza e mettermi così in cammino lungo i sentieri che si snodano tra prati, boschi e sassi della Valmalenco. Ripercorrendo molti spezzoni della nota Alta Via della Valmalenco.

Alla notizia che qualcuno, forse dal nulla o forse in programma da tempo, diede forma e vita ad una corsa lungo tutto il percorso dell’Alta Via, non esitai un secondo a voler tentare nell’impresa di coprire l’intera distanza. Scrivo di impresa dato che il sentiero completo ricopre una lunghezza di circa 90 km, quasi tutti interamente sopra i 2000m di quota, per un dislivello positivo complessivo di circa 6000m .

Sto parlando della Valmalenco Ultradistance Trail.

Amante della montagna, della corsa e di qualsiasi cosa che porti me e il mio corpo a voler trovare nuove sfide e nuovi stimoli, pensai che erano il luogo e l’occasione giusti per tentare quest’esperienza; cosa del tutto nuova per me dato che a parte una decina di maratone e qualche trail in montagna, non mi ero mai spinto fino ad un trail Lungo, che per definizione viene comunemente chiamato Ultra trail.

Cosciente della sfida che mi stavo lanciando, mi iscrissi senza indugi, consapevole del fatto che sicuramente avrei trovato tutto il supporto dei soccorsi lungo il percorso, mentre nei vari punti vita o rifugi avrei potuto trovare comodità di ogni tipo, e che non avrei esitato a ritirarmi non appena il mio corpo me lo avrebbe fatto capire.

Inutile star qui a raccontare come andò e come terminò quella mia prima volta in assoluto. La mancanza della giusta esperienza e dell’allenamento adeguato mi permisero di raggiungere circa metà gara, ma in condizioni a dir poco pietose. Zero energie, gambe piantate e poca lucidità mi fecero capire che al 50° km circa, ovvero al secondo cancello orario, era il caso di ritenermi contento e soddisfatto di averci provato e mi ritirai senza alcun ripensamento. Con l’unica convinzione che era solo tutto rimandato; più semplicemente un arrivederci, un conto in sospeso. Il ritiro in quel caso non lo vidi come un fallimento ma come un prezioso insegnamento per il futuro.

Eccomi dunque qui oggi, due anni dopo, a raccontare della mia seconda volta. Non ho mai scritto nulla riguardo al primo tentativo, non tanto per la delusione o perché non volessi raccontare di una “sconfitta”, ma proprio perché aspettavo con ansia il momento di rifarmi, e il non metter mai per iscritto quella corsa mi è servito quasi come stimolo a voler tornare sui quei sentieri.

Armato di più determinazione, di più esperienza e del fatto di conoscere meglio cosa può voler dire affrontare un Ultra, mi sono preoccupato al più presto di trovare qualcuno che potesse aiutarmi lungo il percorso preparatorio. Arrivavo da un anno difficile per la corsa a causa di un brutto e noioso infortunio che mi ha costretto a un lungo stop. Dopo una delusione in maratona ad Aprile, con la voglia di rifarmi e dimostrare a me stesso che se volevo potevo arrivare al mio obiettivo, contattai Manuel, che con il suo prezioso aiuto, la sua preparazione e la sua esperienza ha impostato per me una serie di allenamenti mirati per arrivare pronto al via in “soli” 3 mesi.

Potrà sembrare banale ma è d’obbligo sottolineare l’importanza della giusta preparazione. Da inesperto ed autodidatta pensai a “buttar dentro” ore e km a più non posso, quando in realtà come ho appreso quest’anno, ciò che conta più di tutto è la qualità di ogni singolo allenamento e non da meno, arrivare ad ogni singola sessione nelle migliori condizioni fisiche, di modo da poterne trarre il miglior rendimento possibile il giorno successivo. Manuel in questo caso è stato il coach perfetto, ha sfruttato il breve, ma intenso periodo dedicato alla preparazione della MTB Hero di Giugno (preparandomi al meglio visti i risultati) per poi tramutarli in un lavoro funzionale per la Valmalenco Ultradistance Trail (VUT).

Gli allenamenti sono stati duri, intensi, a tratti monotoni e ripetitivi; come quando per accumulare dislivello ero “costretto” a dover ripetere più e più volte la stessa salita; la testa ha giocato un ruolo importantissimo ed oggi posso confermare che va allenata tanto quanto un qualsiasi muscolo, se non di più.

Ammetto di esser giunto alla settimana della gara stanco di tutto quello stress accumulato e annoiato del dover trovare sempre il posto giusto per eseguire l’allenamento al meglio, incastrarlo con la vita di tutti i giorni e soprattutto trovare il giusto tempo per il riposo. Chi mi ha supportato e sopportato sa di cosa parlo e penso abbia giocato un ruolo importantissimo in quei giorni. E’ ben diverso preparare una corsa in piano rispetto ad una corsa in montagna ovviamente, e se abiti in pianura non è certo facile e comodo ricercare terreni sconnessi e salite lunghe e ripide. Questo per sottolineare quanto la stessa preparazione sia stata dura e impegnativa.

Ma il fisico era ormai una macchina pronta e rodata. Mi sentivo benissimo. La conferma è arrivata una settimana prima alla Bormio-Stelvio, dove posso quasi affermare di non aver affatto sentito i 1500 metri di dislivello in 21km che portano dal centro di Bormio fino al mitico Passo dello Stelvio a 2758 mslm.

Tralasciando il doveroso preludio utilizzato per descrivere a spanne l’avvicinamento alla mia seconda VUT veniamo così al fatidico giorno. Dopo qualche giorno passato al recupero delle energie sono pronto a ripartire, questa volta solo con la mente, concedetemelo, a ripercorrere tutti i 90 km della VUT ; magari non proprio tutti, risparmio voi e me stesso perché vi assicuro, ad un certo punto della corsa mi è sembrato di esser in giro da una settimana intera e la sola idea di ripensarci mi stanca ancora adesso.

Quello che tengo a precisare è che proverò a spiegare la mia gara e le mie sensazioni il più possibile, ma per poter capire la VUT bisogna correrla o almeno conoscerne in parte i suoi sentieri.

Per cui cari lettori, se volete rivivere la mia gara mettetevi comodi e provate ad immaginarvi pronti in piazzetta a Chiesa Valmalenco, con lo zaino in spalla, il GPS acceso, e la frontale in testa.

Sono le 23:00 di Venerdì e mi ritrovo in mezzo ad altri 176 runners. Dopo un veloce ma doveroso check degli zaini per poter dimostrare agli organizzatori di aver con sé tutto il materiale obbligatorio, ricevo il GPS con il quale staff e tifosi da casa possono seguirmi passo passo lungo il percorso ed entro in griglia di partenza. Mi piace osservare gli altri concorrenti in ogni gara ed immaginarmi le storie di ognuno, in base al loro aspetto, a come sono vestiti o semplicemente a come si comportano in quei pochi minuti prima del via. Penso sempre di esser fuori luogo accanto a tutti gli altri concorrenti e la conferma in parte arriva quando vengono annunciati dallo speaker i top runner che si sfideranno per le prossime ore per la conquista di questa terza edizione. Tra loro spicca in nome di Franco Collè, già vincitore della prima edizione, nonché vincitore per due edizioni del mitico Tor de Geants, che per chi non lo sa si tratta di una corsa di 330km con 24000m di dislivello tra le più imponenti montagne della Val D’Aosta. Un doveroso appunto va segnato per la partecipazione di Mario Panzeri, mitico alpinista che al suo attivo può vantare tutti i 14 8000m del mondo senza l’ausilio di ossigeno.

Ma è il mio racconto e mi duole riportarvi coi piedi per terra e raccontarvi solo di un normale ragazzo che come unico obbiettivo per questa VUT è quello di arrivare sano e salvo al traguardo.

La partenza arriva con 10 minuti di ritardo, ma il passaggio per il centro del paese tra due ali di folla festanti e chiassose al ritmo di trombette e campanacci, porta l’adrenalina a mille e mi immerge a fondo nel clima della gara. L’andatura è controllata per far sì che tutto proceda regolare fin fuori paese, dove incroceremo la nostra partenza con quella dei concorrenti della gara a staffetta che partono dal comune di Lanzada.

Sette km in leggera discesa direzione Torre Santa Maria, mi sfilano in molti ma riesco a rimanere tranquillo e non mi faccio prendere dallo sconforto, la gara è lunghissima e non è di certo qui che ci si costruisce un vantaggio. Le sensazioni in quel momento non sono proprio incoraggianti, ammetto di percepire una specie di disagio che non saprei come spiegare. Il fatto di aver aumentato il passo comporta di sicuro un aumento della temperatura corporea e considerato che indosso una maglietta intima sotto ad una più tecnica a manica lunga di certo non aiuta, ma ricordo che la prima parte di gara, in notturna e in una zona particolarmente umida non va presa sottogamba, come consigliato anche dagli organizzatori nel briefing di qualche ora prima. Le gambe non girano bene e la testa sembra pesante. Sembra che il mio corpo abbia capito le mie intenzioni per le prossime ore e non sembra essere d’accordo con me. Raggiungiamo Torre ed in pratica anche l’inizio della salita, la prima di molte altre che tutte insieme fino al traguardo sommeranno circa 6000m di dislivello. Nel paese un baccano assordante ci accoglie quasi come a volerci regalare l’ultimo saluto prima di buttarci sul sentiero che porterà ai primi due rifugi. Tutto questo tifo e sostegno mi regala una bella iniezione di fiducia e mi risolleva l’animo e soprattutto le energie. Cancello in un attimo le brutte sensazioni di prima e raggiungo l’imbocco del sentiero e l’inizio della nottata che rischiarata dalla luna piena rende ancor più magico il momento. Ordinatamente in fila uno dietro l’altro procediamo a passo svelto nel buio del bosco in un silenzio solenne che viene interrotto solo a tratti dai bastoncini che involontariamente pestano su sassi e intonano un ticchettio ordinato.

Mi sto accorgendo di esser solo al 10° km e la mano si sta facendo prendere un po’ troppo. Ci sono talmente tante cose da raccontare che potrei scrivere un libro intero. Meglio procedere alla svelta per non annoiarvi troppo e meglio farlo anche di gambe per tornare al tema del racconto.

La mia più grande preoccupazione per ora sono i cancelli orari e sono i veri obbiettivi che mi sono imposto di raggiungere passo dopo passo.

Il serpentone si sta via via allungando e per molti tratti sono al buio solo con la mia frontale e il mio sorriso. Sono felice perché ho raggiunto il rifugio Bosio-Galli in meno tempo rispetto a quanto immaginavo e soprattutto mi sento davvero bene e con un passo molto veloce e leggero. Inizia un lungo tratto in discesa su una carrozzabile sterrata dove poter sciogliere un po’ le gambe, guadagnare dove possibile tempo sul primo cancello e concedersi una piccola tregua dopo le prime ore di gara. Sono al 15° km.

Poi d’un tratto ecco una delle immagini simbolo di questa corsa. Una striscia illuminata come a volermi segnare la via da seguire, si innalza ripida verso quote ben più alte rispetto a dove mi trovo ora. Non fosse per la luce della luna piena che pallida schiarisce parte delle montagne circostanti, potrei pensare si tratti di una nuova costellazione in cielo.

Si tratta del sentiero che in poco più di 4 km porta ai 2600 metri del passo Ventina. Tocca farsi più seri perché è anche uno dei punti più duri della VUT; la pendenza è cattiva e come non bastasse lo stesso fondo non è da meno. Dopo un brevissimo tratto nel bosco si abbandona ben presto la vegetazione e si passa a dover procedere da un masso all’altro. La concentrazione non deve assolutamente calare e ogni passo deve essere ben saldo e sicuro per non incappare in spiacevoli scivoloni. Non capisco come in molti insistono a voler procedere con i bastoncini, io trovo molto più pratico, veloce e soprattutto sicuro avanzare a mani libere. Una particolarità di questa salita infatti è quella di lasciarti libera interpretazione sulle traiettorie da tenere, questo perché anche se segnata, la traccia non è ben chiara e definita e il passaggio tra un masso e l’altro ti fa zigzagare a piacere, con l’unica preoccupazione di tener sott’occhio il simbolo verniciato successivo e così via. Anche in questo caso, abbastanza sorpreso, mi lascio alle spalle diverse persone e raggiungo il valico senza particolari problemi.

La discesa non certo comoda in pratica ha la stessa pendenza dell’ascesa appena conclusa, anzi se possibile anche peggiore dato che si sviluppa lungo una sassaia e il fondo del sentierino, questa volta bene definito, si presenta ghiaioso, e lo scivolone è lì che mi attende minaccioso ad ogni passo. Se poi al menù ci aggiungiamo la scarsa visibilità data dalla sola frontale e da un grosso nevaio da dover attraversare con la neve ancora dura a causa delle temperature notturne direi che non devo sorprendere se ad un certo punto incappo in una caduta che mi fa sbattere violentemente gomito e mano su una roccia non proprio levigata.

Mi spavento, ma fortunatamente nulla di grave. Mi è andata di lusso e avrei potuto riportare danni più gravi o addirittura più compromettenti in ottica proseguimento gara.

Riprendo piano piano e raggiungo i rifugi Ventina e Porro e imbocco in tutta fretta la mulattiera che porta a Chiareggio, la falcata si fa sempre più veloce e il primo cancello oramai è raggiunto.

A sorpresa noto con molto piacere di essere in vantaggio di 2h rispetto alla tabella di marcia. Sono andato forte e questo non fa altro che farmi impazzire di felicità. Mi concedo un cambio indumenti più leggero in vista della seconda parte di gara, mangio qualcosa di solido e riparto in fretta alla volta del rifugio Longoni, con un nuovo obbiettivo, ovvero il secondo cancello orario al rifugio Musella. Oramai l’alba sta sorgendo e così mi libero della frontale che fin qui ha svolto egregiamente il suo compito. E’ stato bellissimo correre di notte, sia nel bosco che in quota; la sensazione è quella di trovarsi in uno spazio ristretto, quello illuminato dalla tua frontale, e che tutt’intorno il buio che ti circonda in realtà sia il nulla e come se non esistesse altro.

Ma ora cambia tutto. Grazie al sole e alla sua luce posso disperdere lo sguardo e concedermi qualche pausa mentale per ammirare lo spettacolo della valle e del panorama che mi circonda.

Non voglio far sembrare questo tratto di gara come una passeggiata, ma procedo a passo svelto dato che non ricordo particolarità degne di nota lungo questi nuovi km. Il sentiero è decisamente migliore, anche se pur sempre duro e per nulla rilassante date alcune pendenze non certo comode, ma sono comunque brevi e meno impervie rispetto a poche ore prima. Raggiunto lo stupendo Lago Palù mi concedo un po’ di brodo e un pezzo di pane e mi rimetto in marcia. In questo punto suona un campanello d’allarme nella mia testa. Due anni fa imprecai e maledissi la VUT per questo passaggio. In pratica dal lago si riguadagnano subito 200m in un km, seguiti da una ripida discesa sulle piste da sci che ci riporta alla quota di partenza, e qui lascio a voi immaginare la pendenza, per poi risalire nuovamente di altri 200m e raggiungere il Rifugio Musella, ovvero il tanto temuto secondo cancello che due anni prima fu la fine della mia gara.

Anche oggi sta accadendo qualcosa. Il corpo inizia chiedersi come mai dopo 11 ore non mi sono ancora fermato e me lo fa capire con un fastidioso dolore al ginocchio. Quella maledetta discesa non aiuta di certo ma senza dolore arrivo al cancello orario: ancora 2h di vantaggio e scopro grazie ai messaggi di amici e familiari che mi seguono dall’App di esser in 50ma posizione. Scoppio in un mix di risata isterica e pianto commosso. Sono a metà. 50mo km.

Ultime noie a parte sto davvero bene e ragionandoci stavolta mi concedo molto più tempo per recuperare energie preziose. Mangio un piatto di pasta e una fetta di crostata per poter cambiare leggermente consistenza e gusti rispetto alle barrette e gel che ho ingerito finora e ne approfitto per ricaricare la sacca di acqua del mio zaino. Il ginocchio sembra a posto e così riparto. Prossimo obbiettivo, terzo cancello orario al rifugio Zoia.

Prima però mi aspetta il punto critico di tutta la gara: il famigerato vallone dello Scerscen che culmina con il passaggio al rifugio Marinelli-Bombardieri a 2800m di quota. E’ una valle ai piedi del Bernina che si sviluppa in un paesaggio unico e suggestivo. Ci si sente minuscoli all’interno di questa conca e più si avanza più sembra di non arrivare mai in fondo, un po’ come se man mano che si guadagnano metri, le montagne attorno a noi, come a creare una grande canyon, ci avvolgessero in un lento e infinito abbraccio.

La notte ha visto crollare una frana proprio sul percorso e così la prontezza degli organizzatori ha riaperto una traccia sul versante opposto per poterla aggirare, anche se questa deviazione non è stata proprio una passeggiata di salute e riprendere il percorso originale già duro di suo, personalmente mi ha provato non poco. Superato il blocco torno ad avanzare al passo che noto esser decisamente diminuito, un po’ a scopo conservativo in vista dei km restanti un po’ proprio perché il fisico iniziava ad accusare lo sforzo. Raggiungo il ristoro volante allestito per la VUT e mi sembra come un’oasi nel deserto. Intravedo il Marinelli per cui mi faccio forza e lo punto con decisione, anche se so che manca ancora una bella ora prima di poterlo toccare con mano.

Raggiunta la mia meta, che iniziavo a pensare fosse solo un miraggio, mi prendo qualche minuto di pausa e siedo su una panca per un piatto di pasta e qualcosa di caldo. Inizia a far freddo, il sole è coperto da alcuni nuvoloni e la brezza che penetra nella maglia sudata mi destabilizza parecchio. Meglio indossare un antivento e rimettermi in marcia, ma un giramento di testa e il senso di nausea mi impediscono in pratica di mettermi in piedi. Per un momento il pensiero del ritiro mi ha sfiorato le idee ma ero preparato a una qualche crisi prima o poi.

Mi faccio coraggio e riparto, anche perché in ogni caso da lì sarei dovuto scendere in qualche modo.

Piano piano torna tutto a regime e mi sento di nuovo in forma come prima, senonché ecco il ginocchio che nuovamente torna a farsi sentire. In discesa non mi permette di correre come vorrei e quindi rallento immancabilmente, ma raggiungo il rifugio Carate dopo una cinquantina di minuti. Non mi faccio prendere dallo sconforto anche se ci avrei potuto impiegare la metà del tempo e soprattutto in condizioni sicuramente migliori, e la simpatia del ragazzo addetto al ristoro mi regala un sorriso e una buona dose di fiducia e buon umore. Non perdo l’occasione e riparto deciso più che mai. Uno sguardo all’orologio e mi accorgo di avere ancora un bel margine sulla mia tabella di marcia, inoltre ora mi tocca affrontare il passo Fellarìa che mi riporta a 2800 circa, ma stranamente in salita il ginocchio non fa male e quindi avanzo spedito. Ancora sassoni, ancora una lingua di neve da attraversare, e le ore passate iniziano a pesare ma non posso mollare ora, non a “pochi” passi dal prossimo cancello orario.

Purtroppo arrivarci vuol dire 7 km di sola discesa passando per il rifugio Bignami. So già che sarà una sofferenza ma o così o così. Stringo i denti e nonostante qualche goffo scivolone su alcune strisce di neve supero il rifugio dove preferisco non fermarmi, dato che so di aver perso tanto, troppo tempo lungo questa discesa tutta camminata e dove vedersi superare da molti concorrenti non è proprio una bella sensazione.

Un passaggio suggestivo sulla passatoia della diga di Alpe Gera che consideravo anonimo in realtà si trasforma nel punto più bello ed emozionante di tutta la corsa. Ignaro di chi fossero le varie persone presenti sul camminamento, d’improvviso mi vedo spuntare davanti due simpatici nanetti muniti di campanelli e campanacci più grandi di loro. I miei nipotini assieme ai genitori e la mia ragazza sono venuti a trovarmi! Inutile provare a raccontare l’emozione. Mi fermo, li abbraccio e mi prendo tutta l’iniezione di energia che riescono a trasmettermi. Ok lo ammetto mi sono dopato un po’ ma sono quasi convinto che questo doping sia regolarmente concesso dagli organizzatori. Ovviamente commosso mi fermo, scambio qualche impressione e tranquillizzo tutti sulla mia condizione; li guardo dritti in volto ed esclamo: “ce la faccio!”

Manca circa un chilometro allo Zoia e anche se la discesa mi ha fatto perdere molte posizioni e molto tempo sono ancora in anticipo di un’ora abbondante. Guardo Fede negli occhi e per pochi secondi vedo nei suoi il traguardo di Caspoggio. La loro presenza ha cancellato tutta la fatica nelle gambe e nella testa e non credo si immagineranno mai del regalo che mi hanno fatto oggi. Il ristoro più bello di tutte le gare mai disputate. Riparto dopo un saluto e do loro appuntamento tra circa 3h.

Il momento in cui varco il terzo e ultimo cancello lo ricorderò sempre nel mio immaginario come il momento in cui Armstrong appoggia il piede sulla crosta lunare e giuro che non è uno scherzo. Sto praticamente accarezzando con mano il sogno del cassetto di questi ultimi mesi, ma so bene che non è ancora finita; so che il mio ginocchio oramai non mi darà più tregua e immancabilmente le gambe si sono anche indurite e so bene che mancano ancora 20km e che non saranno per nulla semplici. Ma una cosa è certa, se non mi sono fermato fino ad ora e non lo faccio di certo adesso che inizio ad assaporare la mia vittoria.

Forza ripartiamo! Prossima tappa rifugio Cristina.

Ci arrivo con poca lucidità. Sono stanco ora e l’idea di essere in giro da circa 18 ore mi sta anche un po’ annoiando.

Da qui in poi vi risparmio 3 lunghe ore di agonia ma soprattutto imprecazioni. Il dolore al ginocchio è sempre più pungente e adesso fa male anche nei passaggi più pianeggianti. Lo sconforto aumenta nel vedersi superare da gente che corre veloce verso l’arrivo. Del resto il fondo seppur sassoso e a tratti impervio lascia comunque la possibilità di correre ed è davvero un peccato rovinare così una bella prestazione. Non sono di certo venuto fin qui per una classifica o per il cronometro, ma ad un certo punto ammetto di aver anche pensato a quanto sarebbe stato bello anche un rispettoso piazzamento nella prima metà della classifica. Il tempo passa ma il sentiero sembra non finire mai, e soprattutto non dà mai l’impressione di perder quota, quando ecco finalmente che intravedo laggiù il centro abitato di Caspoggio.

Maledico me stesso, questo sport e la stessa VUT in questo momento. Mi chiedo chi me l’ha fatto fare. Mi ripeto in continuazione “mai più”.

Ma ci siamo! Zoppico, ma non mi fermerebbero nemmeno con le cannonate adesso. Raggiunte le prime abitazioni i vari abitanti della zona non si lasciano scappare un incoraggiamento, una parola di conforto o un complimento e le urla della gente si fanno sempre più forte e chiassosa.

L’arrivo in centro è una vera e proprio Bomba. Mi fanno male le orecchie da quanto la folla agiti campanacci, trombette, pentole e tutto quello che può creare baccano.

Inutile accennare che tutti i dolori in questo momento sono magicamente svaniti. Il groppo in gola sale sempre più e le lacrime mi offuscano la vista.

Ripenso a tutti quei 90km. In pochi secondi è come se li ripercorressi tutti in un sorvolo acrobatico. Ripenso a tutta la fatica degli allenamenti e ai sacrifici che ha comportato. Penso alle persone che so che mi hanno seguito da casa. Penso alla mia famiglia. Penso a Fede e soprattutto alla mia piccola Ceci che porta in grembo e che tra poche settimane sarà parte della nostra vita.

Giro l’angolo, sono a pochi metri dal traguardo. Non so nemmeno quante volte l’abbia sognato o immaginato a occhi aperti questo momento nelle scorse settimane.

Riecco Fede che mi corre incontro. Commossa quanto me mi accoglie come un eroe e mi spinge verso quegli ultimi metri finali.

Sono partito a Chiesa ieri alle 23. Un giorno dopo sono a Caspoggio. 22 ore e mezzo fa potevo solo sperarci e crederci fino alla fine e ora la fine è qui. Taglio la linea del traguardo e mi prendo così la mia VUT.

L’ho voluta, desiderata, sofferta e sudata e nel tratto finale persino odiata, ma questo viaggio iniziato 3 mesi fa mi ha riempito una buona parte di cuore e me la porterò dentro per sempre. So bene di essermi dilungato abbastanza in questo racconto, ma come ho scritto ci vorrebbero molte altre pagine bianche per raccontare tutto quello che è stato e tutto quello che ha significato quest’esperienza.

Ora volto veramente pagina e mi preparo a riscrivere un’altra storia, tenendo buona questa magari da raccontare alla mia bimba quando vorrà sapere che combinava il suo papà mentre aspettava che nascesse; e mi sento di concludere quasi con un controsenso :

“La VUT non la si può spiegare e capire a parole, per coglierne tutto il suo significato va vissuta e sofferta”

Per la cronaca: Gara terminata in 22h34’ in 79° posizione su 177 partenti con 90 finisher.

Stefano Riccardi

 

 

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