NON SOLO RUNNER

All’età di 32 anni posso serenamente affermare di essere un runner, seppur amatoriale, da oramai qualche annetto. Il fatto di aver portato a termine numerose maratone ed altri tipi di gare podistiche può confermarlo. Sono sempre in cerca però di nuove sfide e un po’ come accadde per la corsa, accettai un giorno l’invito di un amico a partecipare a quella che, solo dal nome, creerebbe in chiunque una certa suggestione.

Una gara di mountain bike. Una gara chiamata HERO.

Non esitai nemmeno un momento ed accettai con entusiasmo. Seppur non avessi minimamente idea di cosa si trattasse.

La BMW HERO Sudtirol Dolomites è una gara che si sviluppa su due percorsi, uno da 86 km e 4500m di dislivello ed una da 60km con 3200m di dislivello. Entrambi i percorsi si snodano sul famoso circuito del Sellaronda, attorno al massiccio montuoso del Gruppo del Sella. Viene catalogata come la gara di mtb più dura al mondo e pur essendo la prima ed unica gara di questo tipo a cui abbia mai partecipato, una volta raggiunto il traguardo ho avuto la netta sensazione di poterlo quasi confermare.

Tra le cose che più mi preoccupava vi era l’allenamento. Come si prepara un’esperienza simile? Non che fosse una novità per me poggiare le chiappe in sella e pedalare faticando tra boschi, sentieri e strade di montagna, ma un conto è vivere una giornata a caso in sella e godersi la gita, e un conto è seguire una vera e propria specifica preparazione per una gara di mtb.

Hero è anche questo! Marchiarsi di questo aggettivo per me significa non solo tagliare il traguardo di questa gara, ma capirne a pieno il vero significato e rispettarla fin dal principio.

Scelsi ovviamente la distanza più corta, ma non per questo meno impegnativa, e grazie al prezioso supporto del coach Manuel, programmai tutte le settimane e le uscite che mi avrebbero portato pronto ed allenato, all’appuntamento tanto atteso in quel di Selva di Val Gardena.

Uscite faticose, tanto dislivello, qualsiasi condizione meteo e tanti sacrifici a scapito di famiglia e amici.

Non è stato così facile vivere queste settimane, e solo grazie ad una buona dose di resilienza ho potuto raggiungere tale obbiettivo. Spesso e volentieri mi son detto spegni la sveglia e girati dall’altra parte; oppure a chiedermi ma chi me lo fa fare di uscire a prendere pioggia e vento; quante giornate finite in branda già alle 9 di sera per poter arrivare riposato all’allenamento successivo; e non demordere quando durante un’uscita buchi la gomma davanti, in un’altra quella dietro; per non parlare della catena spezzata o del raggio rotto… e la salita durissima da ripetere due volte solo per poter accumulare dislivello?

Credo che essere un Hero alla fine sia anche questo. Concludere la Hero significa portare a termine un percorso iniziato settimane o mesi prima sfidando tutto questo.

Poi arriva il weekend tanto atteso. L’ansia, come scontato che sia, sale incontrollata e i mille dubbi ti assalgono fino ai minuti che precedono la partenza.

Per me è la prima volta, e come me chissà quanti delle migliaia di bikers al mio fianco. Ma in una gara, poco prima del via, la sensazione nel vedere gli altri partecipanti è sempre quella di essere il più debole, l’ultimo arrivato e l’inesperto che forse si trova al momento sbagliato, nel posto sbagliato. Cosa che tra l’altro ho pensato davvero nel notare come l’intera totalità dei partecipanti alla gara, si presentava al via con biciclette magnifiche, bi-ammortizzate, con telai in carbonio di ultima generazione, copertoni rinforzati, per non parlare dell’abbigliamento impeccabile e super tecnico ed esteticamente accattivante. Mentre io mi presentavo con la mia MTB acquistata in saldo 13 anni fa, con il telaio in alluminio quindi più pesante, un cambio buono ma per nulla professional ed oltretutto “registrato” da me stesso e un solo ammortizzatore frontale come a voler dire “nelle discese più tecniche scendo e porto la bici a mano facendomi da parte non vi preoccupate” .

La partenza è suddivisa in diverse griglie, che a seconda della categoria con cui ci si è iscritti, partono una dopo l’altra intervallate da circa 5/10 minuti. Io inevitabilmente, ma come giusto che sia, parto dall’ultima, ovvero alla 9 circa.

Inutile descrivere le emozioni che anticipano lo start! Un sacco di gente lungo le transenne che portano verso la linea di partenza e come sottofondo gli organizzatori hanno pompato nelle casse a tutto volume il ritmo angosciante di un battito cardiaco. Come se già non bastasse quello che senti provenire dal tuo e l’adrenalina che ha già fatto almeno due volte il giro completo del tuo corpo.

Poi il silenzio. Il conto alla rovescia dello speaker e Via! Partiti! Nelle orecchie ancora sento solo il rumore degli ingranaggi, delle ruote e di tutte le scarpette che scattando sugli agganci dei pedali; tac-tac-tac. Tra i bikers, che poco prima del via chiacchieravano chiassosi, ora regna il silenzio, la strada è già in salita e dopo nemmeno un km eccola sterrata e ripida, la salita che porta al passo Gardena. La famigerata Danterciepes.

Una salita di circa 6 km e 700 m. di dislivello, che tocca il punto più alto della gara a 2300 m. circa, con una pendenza media del 15% ma con punte al 22/23%, con un fondo sassoso che di certo non facilita l’avanzare.

Temevo in qualche ingorgo che interrompesse la pedalata e mi costringesse a scendere dalla bici e viste le pendenze sarebbe stato difficile poi riprendere il giusto ritmo, ma per fortuna da subito trovo parecchio spazio e con stupore me la cavo anche meglio del previsto e senza troppa fatica, anche in quei punti dove molti han preferito scendere e spingere a mano la bici.

In 58 minuti raggiungo il passo e onestamente nemmeno troppo affaticato, questo perché informandomi sulle caratteristiche del percorso ho preferito partire “coi freni tirati” per non bruciare sin da subito preziose energie. Si tratta pur sempre di una prova a me sconosciuta, di molte ore e molta salita, quindi ho pensato che quella di “conservarmi” nella prima metà potesse poi dimostrarsi una tattica vincente; non tanto per il cronometro quanto per la tenuta fisica.

Raggiunto il passo vengo rapito dal panorama che mi circonda e non posso di certo lasciarmi scappare l’occasione di immortalare quello spettacolo che sono le Dolomiti. Riparto con uno stimolo in più e mi preparo ad affrontare una divertentissima discesa di 8 km tra curve sia ampie e veloci che strette e improvvise, ponticelli in legno o piccoli dossi che presi alla giusta velocità regalano divertenti saltelli che staccano entrambe le ruote da terra per pochissimi secondi, ma che in sella danno l’impressione di un vero e proprio decollo. All’improvviso una strada bianca ben più larga che scende dritta per dritta verso Corvara. Giù la testa accovacciato sul manubrio e il Garmin che segna 64 km/h!!! Sono euforico! Ho il sorriso stampato in volto e mi sto divertendo come un bambino!

Non è giusto però! 7 km di dura salita che sembrano durare un’eternità e pochissimi minuti per tornare praticamente quasi alla quota di partenza. Ma che iniezione di adrenalina!! La giusta carica per raggiungere il primo ristoro, ricaricare le energie e la borraccia, e di nuovo in sella per una nuova salita. Questa volta molto più lunga, ma meno ripida e più panoramica. Inserisco di nuovo il rapporto più morbido e procedo di buon pedale verso Passo Campolongo, ovvero al primo cancello orario al trentesimo km.

Ho già accumulato parecchia fatica ma nonostante tutto, anche in modo abbastanza sorprendente, mi sento molto bene e procedo senza sosta verso Arabba. Il promemoria allegato al pettorale che mostra ai concorrenti lo sviluppo altimetrico km dopo km, mi ricorda di aver raggiunto uno dei punti più temuti del percorso. Ho potuto vedere qualche video delle edizioni precedenti e so che in questo punto mi aspetta una ripida discesa, caratterizzata da sassi, radici e fango. Poco prima incappo in una comica caduta nel tentativo di superare un concorrente, che stava facendo da tappo e rallentava moltissimo in un tratto che non era così proibitivo come lui dava a credere. Di fatto cerco di emulare due ciclisti davanti a me che sfruttando uno spiazzo più ampio del sentiero hanno incalzato Capitan lentezza, e quando è toccato a me, la sua indecisione nell’affrontare un banale passaggio, l’ha fatto inchiodare all’improvviso ed io impreparato, per non finirgli rovinosamente contro, mi sono lasciato cadere su di un lato del sentiero e poter così evitare un danno sicuramente maggiore. Direi prontezza di riflessi, ma chi da dietro mi ha visto ha pensato fossi un imbranato, tanto che al suo passaggio la sua preoccupazione non fu quella di chiedermi se fosse tutto ok, ma di rendermi consapevole che poco più avanti il percorso sarebbe peggiorato! La cosa divertente poi è stata vedere lui e molti altri con le loro bici super tecnologiche e bi-ammortizzate procedere lungo quella discesa a piedi e tenendo goffamente il proprio mezzo nell’intento di non incappare in ruzzoloni, e io che con tranquillità, “giocando” con le levette dei freni e il peso del corpo, pian piano procedevo senza alcun problema. Nessuna polemica nè presunzione per carità, però tante volte forse non serve spendere migliaia di euro per bici che poi alla fine non vengono nemmeno sfruttate a pieno delle capacità tecniche. Polemica chiusa, perdonatemi lo sfogo.

Continuiamo velocemente verso il traguardo. Raggiunto un nuovo ristoro ad Arabba ricarico le energie e procedo verso il Passo Pordoi; meno duro rispetto alla prima ripida salita, ma comunque impegnativo data la lunga e costante pendenza che si sviluppa in circa 10 km. Le abbondanti nevicate, purtroppo o fortunatamente, hanno costretto gli organizzatori a farci procedere sulla strada, abbandonando il sentiero sterrato che originariamente si sarebbe dovuto percorrere.

Incredulo per la mia condizione fisica, raggiungo in men che non si dica il passo, superando tornate dopo tonante numerosi concorrenti, non che mi importasse la classifica finale, ma le gambe giravano bene, spingevano senza fatica e tutto questo ha contribuito a una positiva iniezione di fiducia nel procedere verso l’arrivo, oltre che ovviamente a concedermi una lucidità tale da poter godere appieno del nuovo panorama circostante.

L’arrivo al Pordoi è accolto da un gruppo di spettatori festanti. Dai il più è fatto! Ora un nuovo ripido discesone e poi manca solo un’ultima salita! Va detto che viste la lunghezza e la difficoltà del percorso, e dal fatto che non avevo idea di quante ore avrei passato in sella, mi ero prefissato dei “piccoli” obiettivi intermedi in modo da poter così suddividere la mia gara; in questo caso avevo prefissato ogni grossa salita, e per l’appunto questa che si avvicinava era l’ultima.

Sono al 42esimo km di una gara di mountain bike e non mi torna il fatto di avere la bici ancora pulita.

Ecco dunque un passaggio più che tecnico tra neve, acqua e fango, rigorosamente in discesa e per di più con una certa ripidità. La bici si colora di marrone, io di più e la cosa anziché preoccuparmi, mi rallegra ulteriormente come un bimbo che sguazza nelle pozzanghere! Adesso sì che si che si tratta a tutti gli effetti di una gara di MTB.

Ancora qualche discesa impegnativa in cui si creano numerosi ingorghi che costringono tutti a scendere e procedere a mano, e penso che mi sarebbe piaciuto un sacco vedere i professionisti in questo passaggio.

Ultimo ristoro prima della salita che porta al Passo Sella. Le energie ammetto stanno venendo meno e così mi concedo un gellino e una fetta di torta in più al banchetto del ristoro. Sono passate già 5 abbondanti ore dalla partenza e nonostante abbia seguito alla lettera i consigli del coach, ovvero di mangiare poco e spesso, devo ammettere che il corpo sta lanciando i primi segnali. Ma in una prova di questo tipo si sa, non c’è nulla di facile e inevitabilmente la fatica si fa sentire prima o poi, ma vero anche che con la giusta predisposizione mentale si raggiungono tutti gli obbiettivi. Per cui forza e coraggio! Pedalare!

Ecco la salita.

Una crudeltà impressionante vista la pendenza, soprattutto perché si trova a pochi km dall’arrivo con già 46km nelle gambe e nella testa…e oserei dire anche nelle natiche! Non c’è storia, l’unica soluzione è spingere a mano per sprecare meno energie possibili. Personalmente preferisco spingere così piuttosto che rimanere in sella e pedalare rapidamente con il rapporto più molle senza poi procedere più di tanto. Noto che avanzo molto più velocemente in questo modo e trovo conferma nel fatto che supero anche chi testardamente, a mio avviso, rimane in sella. Ove lo permette salgo anche io nuovamente sui pedali e dopo l’immancabile sosta foto, guadagno pian piano il tanto desiderato passo Sella.

Si può dire che il più è praticamente fatto, dato che gli ultimi 10 km circa saranno tutti in discesa. Una veloce e divertentissima discesa che attraverso le piste da sci, tra cui la famosa Saslong (che rimane tra le più classiche del circuito di coppa del mondo di sci alpino), non dà tregua a sospensioni e freni della bici che oramai da ore vengono sollecitati duramente senza sosta; per non parlare di polsi e avambracci che oltre a sostenere il peso del corpo, che sulle discese è proteso in avanti, hanno il compito di mantenere saldo il manubrio, indirizzarlo verso il punto in cui mettere le ruote e agire contemporaneamente sulle leve dei freni di modo da regolare la velocità che si vuole mantenere… a tratti mi viene da non frenare per non sentir dolore alle braccia, ma vi assicuro che la bici con quelle pendenze prende subito una velocità pazzesca e il fondo irregolare non è poi così tanto facile da gestire!

Ma stringo i denti. La concentrazione che serve a scegliere le traettorie migliori è sempre più dura da mantenere. Il corpo è lì che lavora duramente per stare in equilibrio e continuare ad avanzare, ma la testa è già al traguardo intenta a festeggiare. Non posso permettermi un calo di tensione proprio ora anche perché il rischio di incappare in una rovinosa caduta è dietro l’angolo.

Sento sempre più alto il volume dello speaker al traguardo che accoglie i nuovi HEROES. Inizio a intravedere tra gli alberi le prime case del centro abitato. Aumentano sempre più i tifosi ai lati del sentiero. La commozione mi assale, la fatica sta per essere ripagata e la consapevolezza di aver portato a casa anche questa emozionante avventura mi riempie di gioia e cancella tutta la fatica accumulata. Rieccomi sull’asfalto, questa volta tra due ali di folla festanti e chiassose che applaudono questi pazzi eroici ciclisti per aver raggiunto molto più di un semplice traguardo. Un mix di adrenalina, felicità e commozione esplode in me nell’esatto momento in cui realizzo di avercela fatta! Gli allenamenti e tutte le fatiche di oggi sono state ripagate nel momento esatto in cui mi viene avvolta la medaglia al collo.

Oggi sono anche io un HERO!

Questa e molto di più è stata la mia HERO. Purtroppo per poter descrivere nel dettaglio tutto ciò che è stato occorrerebbero molte altre pagine; pagine che conserverò nei miei ricordi per molto altro tempo ancora, ne sono certo; e quasi sicuramente riscriverò raccontando magari delle prossime future edizioni di quella che a molti può sembrare una normale gara in bicicletta; ma le Hero è molto di più. Per comprenderne a pieno il significato e il valore occorre indossare il caschetto, applicare il numero di gara al proprio manubrio e presentarsi al via. Chi per vincere, chi per finirla, chi per sfidare se stesso o qualche amico non conta. Conta ciò che vivi durante la gara, di quando sproni te stesso a tener duro e non mollare, di quando tagli il traguardo. Certo sì è un percorso duro, tecnico e lungo e non mi sento di consigliarlo a chiunque, ma con la giusta determinazione, il giusto spirito e ovviamente un’adeguata preparazione, chiunque può sognare di sentirsi EROE per un giorno!

Per la cronaca tempo finale di 6h 26’ – 39mo di categoria e 169mo Overall.

Ringrazio Manuel per l’aiuto in fase di preparazione, ma soprattutto Federica e la Ceci (per il tifo, il supporto, e la pazienza di aver avuto a casa un rompiballe che per settimane ha avuto in mente solo una cosa)

Stefano Riccardi (15/06/2019)

 

 

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