La tentazione di cedere al suo richiamo è stata troppo forte. Sapevo che nel momento in cui avessi iniziato anche solo a nominarla, la mia testa avrebbe iniziato ad escogitare di tutto pur di convincermi.
E così son qui a raccontarvi della mia prima Maratona di New York.
Inutile parlare dei mesi passati ad aspettare il gran giorno.
Sembrava non arrivasse mai… quand’ecco che il mio aereo sta per atterrare a New York! Sento che sta per realizzarsi qualcosa di stupendo ma che non conosco ancora. Sì ne ho già superate sei di maratone, ma all’estero è la prima esperienza e poi, volente o nolente, questa è così suggestiva, così desiderata, così chiaccherata che una certa pressione addosso non me la leva nessuno.
L’arrivo in città è di quelli che lasciano a bocca aperta. Non saprei trovare le parole giuste per descrivere quel senso di stupore provato una volta messo piede tra quei giganti grattacieli. Sapevo certamente che non sarei andato fin lì per migliorare il personal best, colpa anche di una preparazione non ottimale certo, ma se potevo far qualcosa che potesse farmelo addirittura peggiorare, quello era il posto giusto!
Al diavolo dunque orologio, tempi, passo in gara o strategie varie! La maratona di New York per me è anche questo. Questa città va visitata, vissuta e girata come farebbe il perfetto turista in preda ad un vagabondaggio compulsivo! Ovvero, per meglio dire, tutto quello che non si deve fare prima di una maratona…
Il gran giorno non tarda ad arrivare. Ecco dunque che la sveglia suona ancor prima dell’alba.
Sapevo già, come credo molti di voi, che una caratteristica che contraddistingue questa maratona, fosse proprio l’interminabile momento dell’attesa prima del via, ma credo che fino a quando non sei lì davvero, bardato come più non si può contro il freddo pungente, seduto a terra nei pressi della propria griglia di partenza e da solo con le proprie ansie ed emozioni, allora non lo si può conoscere realmente.
Provo a distrarmi passeggiando tra la gente accampata a terra in cerca di un riparo dalla gelida brezza del mattino, mentre un timido sole tarda a raggiungerci per darci quanto meno l’illusione del suo tepore, quand’ecco che l’altoparlante annuncia l’apertura della mia griglia di partenza. Ora ci siamo davvero. La mia maratona di New York non è più un sogno, mi sta chiamando all’appello.
La partenza è un altro grande fattore che contraddistingue questa maratona! E’ un’immagine unica che mi porterò impressa nella mente per sempre. L’inno americano cantato in diretta e lo sparo di cannone rendono ancora più speciale il via. Mi commuovo, finalmente realizzo dove sono e cosa sto vivendo e non faccio altro che ripetermi “Ci sono! Sto partecipando alla maratona di NewYork”.
Il famoso ponte di Verrazzano mi sta dando il benvenuto. E’ magnifico, imponente e soprattutto lunghissimo. Mi viene da ridere, sono euforico e mi sembra di volare. Non mi dilungo ma potrei scrivere un articolo solo su quello che ho provato e vissuto lungo quel miglio e più di asfalto che ho letteralmente corso con il cuore in mano che batteva a mille.
La strategia “conservativa” che avevo in programma di mantenere per tutta la durata della corsa l’ho bruciata letteralmente dopo i primi metri! Inevitabile controllarsi in quel fiume di entusiasmo ed è ancor più difficile regolarsi all’ingresso del secondo quartiere della città, ovvero Brooklyn.
L’impatto con la folla è devastante. Ai lati della strada c’è una marea pulsante di persone che ti acclama e ti saluta sventolando bandiere e striscioni fatti a mano; vedo gente che suona, canta, balla o indossa strambi costumi come fosse carnevale. Mi sento nel vivo di una festa ed è come se fossi confuso e felice nello stesso istante! Decido di rimettermi momentaneamente in riga per preservare energie importanti che so già mi serviranno qualche miglio più avanti, ma ci sono file di decine di bambini che cercano disperatamente di darmi il cinque, e la tentazione è troppa per non regalargli questa gioia (ma credo inconsciamente servisse più a me stesso).
Lasciato Brooklyn controllo il mio Garmin : siamo al 16 km circa e sto entrando nel Queens.
Continuo in questo status di esaltazione ed euforia ma avverto un primo sentore di stanchezza. Sapevo che presto avrei pagato i giorni da turista e le poche ore di sonno, ma non pensavo così presto. Meglio rallentare e distaccarsi momentaneamente da tutto quello che mi circonda (pare facile…). Vorrà dire che anche questa maratona la lascerò vincere a qualcun altro.
Ecco però puntuale il primo vero ostacolo che tutti temono. Il famigerato Queensboro Bridge. Siamo al 26° circa e a detta di molti questo è un vero e proprio crocevia. La pendenza è assurda e la maggior parte delle persone lo affronta camminando in un silenzio surreale rotto solamente dal calpestio di migliaia di scarpe da running; purtroppo i tifosi qui non possono accedervi. Le folate gelide del fiume East River ti arrivano dritte nella schiena sudata come lame taglienti e come non bastasse, la carreggiata sulla quale corriamo si trova nella parte inferiore del ponte sotto alla ferrovia, quindi nella parte in ombra.
Passato indenne il ponte, l’arrivo a Manhattan è una vera e propria esplosione di emozioni che non si può descrivere. Il boato della folla che ti accoglie nella 1st avenue è assordante. Veniamo accolti da una marea di gente ai lati della strada che aspetta solo noi; c’è chi urla, chi saluta, chi ti allunga una banana o anche solo un fazzoletto per asciugarti dal sudore. Moralmente è uno dei tratti più duri di tutto il percorso che va dritto per dritto verso il Bronx per quasi 5km.
Un saluto anche alla gente di questo quartiere e dopo 2km si ritorna verso Manhattan. Perdo smalto e lucidità, le gambe si induriscono sempre più, sembrano pezzi di legno ed iniziano a reclamare una tregua come lecito che facciano. Nulla di nuovo, sto semplicemente andando a sbattere contro il noto muro del maratoneta.
Non demordo, non di certo a New York, e finalmente raggiungo Central Park. Inutile ricordare che il tanto temuto saliscendi degli ultimi chilometri si sta palesando in tutta la sua cattiveria e fin quando non ti presenti lì, dopo 38 km di corsa, non lo saprai mai di cosa parlavano tutte quelle persone che sono state alla maratona di NY prima di te. Salite che a quel punto della corsa appaiono come colline insormontabili.
Mancano 200m, ovviamente in salita, ma non me ne accorgo nemmeno in quel momento, e spinto tra due ali di folla che già ci acclama come degli eroi taglio il tanto desiderato traguardo in lacrime di gioia e commozione. L’ho fatta! Ho corso la Maratona di New York! No, non mi sento un eroe, e a esser onesto ho anche portato a casa un tempo molto alto, ma è proprio in questo momento che realizzo quello che significa correre questa Maratona. Non è una corsa! E’ un evento, una festa, una vacanza da stampare su una di quelle cartoline che tieni appesa nella bacheca dei ricordi più importanti.
E’ una maratona molto difficile, sei già stanco ancor prima di partire, il percorso non è per nulla piatto e in alcuni punti il gelo ti piega in due. Ma è l’animo della gente che ti incita e dei corridori al tuo fianco che ti tiene in vita e ti celebra in ogni tuo singolo e faticoso passo trionfale verso la finish line.
Con la medaglia al collo mi volto verso il traguardo oramai alle mie spalle e ripercorrendo ogni singolo momento appena vissuto me ne torno a casa con la consapevolezza di aver sicuramente vissuto un’esperienza che mi porterò dentro per sempre.

Riccardi Stefano

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